Fútbol, Senza categoria

Diamonds in the mud

di Marcello De Bonis

Qualche anno fa ero a Vienna, al Kunsthistorisches Museum. Chi visita musei enormi di questo genere di solito appartiene a due categorie: ci sono i veri cultori dell’arte, soprattutto nord-europei con pantaloni chino, camicia in lino e mocassini senza calze, in genere senza o con un solo figlio, che non fotografano le opere, e che dedicano almeno due/tre giorni alla visita di ogni museo; e poi ci sono le famiglie in vacanza, che spesso incastrano la tappa culturale – due o tre ore circa – intorno alle 15, tra la visita al Duomo, il pranzo al sacco e il momento shopping. (Categoria bonus: asiatici con macchina fotografica, ma quelli li trovate un po’ ovunque). Gli otto tra zii e cugini al seguito vi lasceranno intuire di quale macro-insieme facessi parte in quell’occasione.

In quella disciplina non riconosciuta ufficialmente che consiste nell’attraversare decine di stanzoni, cercando di osservare più opere nel minor tempo possibile, saltando gli ostacoli bagno e negozio di souvenir, per arrivare al traguardo prima che chiuda il museo, la mia strategia è quasi sempre la seguente: mi dirigo velocemente verso le ultime stanze da visitare, soffermandomi solo sulle opere maggiori, prendo possesso dei divanetti, accendo l’audio-guida e ascolto le descrizioni dei quadri mentre attendo il resto della comitiva. D’altronde se provate a chiedere a una persona, appena uscita da un museo del genere e inquadrabile in questa categoria di visitatori, quale opera gli sia piaciuta maggiormente, vi risponderà quasi sicuramente citando uno dei dipinti presenti nel dépliant pubblicitario della mostra. La nostra memoria a breve termine non è fatta per immagazzinare grandi quantità di informazioni in breve tempo. 😦

Mentre attraversavo le sale del Kunsthistorisches Museum a passo svelto, sentendomi un po’ Jude Law nell’intro di The Young Pope, gettando occhiate in ordine sparso e digitando compulsivamente i tasti sul telecomando dell’audioguida, fui costretto a fermarmi molto prima rispetto alla mia tabella di marcia: al centro di una delle sale c’era un pittore sulla sessantina con tavolozza e cavalletto intento a riprodurre (reinterpretandolo) un quadro già esposto. Piatto succulento per gli hipster a caccia di likes su Instagram da condire con l’hashtag #art. Ancora oggi è l’unico quadro che io ricordi di quell’esposizione, nessun altro capolavoro oltre a quel pittore sconosciuto che riproduceva un’opera di un’artista più famoso di lui, il quale a sua volta aveva messo su tela un’istantanea della realtà. Perché? Perché era reale, vera, qualcosa che stava accadendo davanti ai miei occhi: l’arte coniugata al present continuous. L’origine dell’arte è l’arte stessa direbbe Heidegger, l’essenza dell’arte consisterebbe nel porsi in opera della verità nell’ente. Il pittore, per quanto minore, stava diventando egli stesso un’opera esposta nelle sale della memoria degli spettatori. Delle centinaia di opere etichettate ed associate ad un determinato periodo storico-artistico ricordo l’unica sottratta alla sua pre-comprensione all’interno dell’estetica, della critica e della storia dell’arte.

L’anno scorso, invece, ero in Albania, più o meno con lo stesso gruppo e nello stesso periodo della vacanza a Vienna. Per una serie di (s)fortunati eventi non finimmo in un hotel 4 stelle costruito con denaro riciclato a Valona o a Saranda, ma a Duress. Durazzo marittima è una località neanche troppo arretrata dell’Albania, ma decisamente troppo indietro rispetto alle meno quotate mete delle Vacanze Italiane. E’ un posto dove la Coca-Cola non ha ancora battuto la Pepsi, le gente si reca in spiaggia su scassati pulmini anni ’80 (una giorno ho visto una famiglia ”parcheggiare” un mulo ultimo modello), la rete idrica è in funzione solo per poche ore al giorno e i cofani delle Mercedes sono più lucenti dell’acqua del mare. La spiaggia è una scacchiera di lidi con piscina e bar sul modello occidentale e stabilimenti balneari di fortuna, con ombrelloni e sdraio tutti diversi tra loro (di seconda, terza o n mano). È un melting pot di burqa, bikini, musica araba, reggaeton albanese e dei più famosi successi dance europei. Su questo mare tumultuoso di gente che nuota verso l’Occidente con ai piedi le zavorre delle tradizioni sventola bandiera rossa, ma con aquila bicefala.

Dopo due giorni di mare scoprii che a pochi metri dal lido c’era una canale fognario e decisi che non mi sarei più recato in spiaggia. Il giorno dopo ero a Tirana, alle 11 sul monte Dajt, alle 17 in piazza Scanderberg, alle 19 allo Stadio Selman Stërmasi: si giocava Partizani Tirana-Sheriff Tiraspol valida per i preliminari di Europa League 19/20.

Lo stadio Stermasi è il secondo stadio di Tirana (il primo è l’Air Albania, costruito seguendo il moderno modello inglese, con hotel e centro commerciale al suo interno, che ospita le partite della nazionale, nato dalle ceneri dello stadio Qemal Stafa, costruito durante il periodo del regime fascista italiano in Albania) ed ospita le tre realtà più importanti del calcio albanese: KF Tirana fondato nel 1920 e sostenuto esclusivamente dai ‘tiranas’ (la popolazione della città), ex 17 Nentori Tirana (il nome della squadra dal 1947 al 1949, che commemorava la liberazione di Tiarana dai nazisti, avvenuta il 17 novembre 1944); Dinamo Tirana, fondata nel 1950 e sostenuta dal Ministero dell’Interno sotto il regime di Hoxha; Partizani Tirana nato nel 1946 e finanziato invece dal Ministero della Difesa.

Il fascino del calcio balcanico consiste nell’incredibile legame con la storia, la politica e la società nei diversi periodi storici. Gli scontri tra Deljie della Stella Rossa e i Bad Blue Boys della Dinamo Zagabria furono il preludio alla guerra tra Serbia e Croazia. Personaggi come Franjo Tuđman, Arkan, Milosevic, arruolavano i guerriglieri anche nelle fila dei gruppi di tifoseria organizzata. Proprio dallo storico gruppo di ultras di Belgrado traggono il proprio nome i Blue Boys della Dinamo Tirana. E questo intricato groviglio di interessi economici, politici e sociali coinvolge anche molti dei dirigenti delle squadre. Nell’organigramma del Partizani ad esempio c’è Luciano Moggi nel ruolo di consulente, Olsi Rama nel ruolo di direttore sportivo, fratello di Edi, personaggio controverso accusato di aver pilotato il drone con la bandiera albanese dalla Vip Box durante la partita Serbia-Albania valevole per la qualificazione agli Europei del 2016 e di essere implicato in una truffa di società di Call Center. Il presidente del Partizani, Gazmend Demi, fu accusato dall’ex primo ministro Berisha di essere coinvolto nella criminalità organizzata e di intrattenere rapporti con Saimir Tahiri, condannato nel 2019 per collusione con la mafia italo-albanese. Nel 2004 l’ex presidente del Tirana Albert Xhani fu arrestato per truffa e qualche settimana prima anche quello della Dinamo per evasione fiscale. D’altro canto la squadra di Tiraspol che rappresenta la Transnistria, dichiaratasi indipendente dalla Moldavia e bloccata nell’epoca dell’Unione Sovietica, fu fondata da due ex membri del KGB. (ma questa è un’altra storia).

In fila al botteghino conosco due ragazzi albanesi, uno studia archeologia, l’altro tifa Milan. Entrambi parlano bene italiano e mi aiutano con il biglietto. Con 5 euro mi assicuro l’ingresso e due lattine da 500 cl di birra Peja. Prendo posto in gradinata ed inizio ad osservare le varie opere d’arte esposte nello Stadio Selman Stërmasi (Mueseum), mentre le due audioguide mi raccontano aneddoti sul Partizani e sull’Albania: tasto 1, parata plastica di Alban Hoxha, portiere di culto del Partizani e della nazionale albanese, nel 2016 calciò il primo rigore contro il Ferencvaros nei preliminari di Champions, segnando col cucchiaio e parò i tre successivi, assicurando la qualificazione alla squadra di Tirana; tasto 2, un bell’anticipo di Eneo Bitri, che si ispira a Thiago Silva ed è discretamente bravo con i piedi; tasto 3, sguardo stizzito verso la tifoseria di casa di Laridion Latifi, ex Skënderbeu (squadra condannata per illecito sportivo nel 2017) pesantemente fischiato e insultato per buona parte della partita, in quanto albanese ma militante nello Sheriff; tasto 5, volto corrugato di anziana donna con semini di girasole; tasto 6, canzoni incise dagli Ultras Guerrils durante la pausa tra primo e secondo tempo. Sposto lo sguardo da un dettaglio ad un altro, come nel Kunsthistorisches Museum, cercando di stare al passo della performance artistica in continuo divenire, aspettando quel pittore sulla sessantina con tavolozza e cavalletto che avrebbe potuto sublimare il momento.

Sul finire della partita il sole tramonta, come i sogni di Europa del Partizani (che perde 0-1), le maglie rosse dei tifosi si fondono con l’arancio del cielo e con la bandiera di Che Guevara a bordo campo. Per qualche minuto tutto è perfetto: è l’acme della performance artistica. Ormai il campo non si vede neanche più, il sole punta dritto negli occhi, ma non importa. Ciò che conta è essere lì, mentre 22 pittori sulla sessantina con tavolozza e cavalletto esprimono in gesti i loro pensieri, e, ispirandosi ad artisti più grandi di loro, ridisegnano quadri visti milioni di volte, ognuno con una tonalità un po’ diversa.

Poi il triplice fischio. Qualcuno urla un italianissimo Vaffanculo a Franco Lerda, che sarà esonerato tre mesi dopo. L’opera è completa, gli artisti lasciano il campo e io lo stadio, con un nuovo quadro ad arricchire la Galleria d’arte dei miei ricordi. Prendo il taxi, torno a Durazzo. Mi torna in mente una foto scattata la mattina sul monte Dajt: una farfalla posata su un fiore, cresciuto vicino ad uno dei 300000 bunker fatti costruire ovunque da Hoxha (questa volta Enver).

Di sicuro Bitri non è Thiago Silva e il pittore del Kunsthistorisches Museum non è Caravaggio, ma ci sono diamanti nel fango.

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Fútbol, Racconti Mondiali, Senza categoria, Sud Africa, tshabalala

We were given Tshabalala

di Marcello De Bonis

 Disambiguazione- se stai cercando altri significati, vedi Lil Angel$ .

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In foto Lil Angel$, autore del singolo trash ‘Estate’… Ah no, è Tshabalala.

Ci sono meteore che passano talmente vicino al pianeta Memoria da lasciarvi un segno indelebile. Il bolide Tshabalala, l’11 Giugno 2010, per attrito con l’atmosfera del calcio giocato ad alti livelli, si scaldò a tal punto da sublimare ed illuminare, per un istante, l’ FNB Stadium di Johannesburg. La sua coda sinuosa e affusolata di dreadlocks e gas ionizzati abbagliò, come il flash di una macchina fotografica, le 85 000 vespe presenti sugli spalti, regalando al mondo una istantanea  che sarebbe finita di diritto nell’album Panini  dei giocatori a cui vuoi inspiegabilmente un mondo di bene.

Tshabalala ha inventato il selfie con il filtro ‘beauty’  di Instagram: ha cercato, di fronte allo specchio di una Nazione sfregiata dall’apartheid, la posa migliore, che avrebbe potuto  ottenere il like degli Zulu, degli Afrikaaners, dei Coloured, degli Xhosa e degli Ndebele.

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La Insta-story perfetta di Tshabalala

We were given Tshabalala (il fine giustifica l’inglese poco ortodosso), che in lingua zulu (una dell undici ufficiali del Sud Africa) sarebbe siphiwe Tshabalala, da cui il nome Siphiwe. Ci è stato donato Tshabalala, per chi non mastica l’inglese né, colpevolmente, lo zulu. In realtà il nome suona come un chiaro ringraziamento a Dio, cosa che in una township come Soweto, area urbana-che urbana è un parolone- di Johannesburg , fa sempre comodo. Soweto è un posto magico sorto alla fine dell’800 come dormitorio per i lavoratori delle miniere d’oro nei pressi di Jhoannesburg e poi trasformatosi in una specie di ghetto durante l’apartheid. E’ un agglomerato urbano in cui tra le ‘case’ di lamiera e cartone si possono trovare cose interessanti, come l’ospedale più grande dell’Africa e la casa dei Kaizer Chiefs, l’FNB Stadium. In un posto in cui tutti i nomi sembrano onomatopeici all’orecchio Occidentale (Tshabalala può benissimo essere il ritornello di una canzonetta), a farla da padrone è però il silenzio surreale degli uomini-zombie che posano le labbra sulle white pipe, come sulle vuvuzela.

Soweto è un posto strano e senza futuro, come Blikkiesdrop a Cape Town: una sorta di campo di reclusione utilizzato, in vista dei Mondiali, per nascondere ai turisti le migliaia di senzatetto che affollavano le vie centrali della città. Sono luoghi in cui le reminiscenze del regime segregazionista si fumano insieme al Mandrax, derivato del metaqualone e bruciato in pipe ricavate da bottiglie di vetro (white pipe di cui sopra), ottenuto dal mercato illegale cinese utilizzando come moneta di scambio un mollusco molto apprezzato in Asia, l’abalone, e che, manco a dirlo, è a rischio di estinzione.

In questo quadro che non ha nulla a che vedere con quelli etnici dalle tinte calde, che arredano case arredate male, Kaizer Motaung, nel 1970,  fonda il Kaizer Chiefs Football Club, sul modello americano e con una tifoseria multietnica, destinato a diventare acerrimo rivale degli Orlando Pirates, squadra prediletta, invece, dalla popolazione nera.

Proprio agli Chiefs Tshabalala lega il suo nome, siglando una serie di goal irrazionali che solo il calcio africano è in grado di regalare. E proprio degli Amakhosi (capi) è tifoso l’inventore delle vuvuzela, Freddie ‘Saddam’ Maake. Al contrario della giustificazione propinataci dai media, che vede le trombe diaboliche come uno strumento ancestrale africano, il ronzio, che ha un’intensità soltanto di 3 decibel inferiore alla soglia del dolore, nasce dalla follia di Saddam e da un clacson per biciclette. -Sì, il soprannome deriva dalla sua profonda stima per il dittatore iracheno.- Per intenderci è uno che durante una trasferta in Zimbabwe fu fermato in aeroporto per aver suonato la vuvuzela durante il volo.

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Freddie Maake ❤

E’ un pazzo che ha chiesto un risarcimento alla compagnia di produzione di materiali plastici, che diffuse le trombe durante le manifestazioni mondiali, per avergli rubato l’idea, e che sicuramente avrà preso malissimo il divieto della FIFA di adoperare le vuvuzela negli stadi perché identificate come armi.

 Ah…

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Oh my God I can’t believe it
I’ve never been this far away from home.

Vabbè, ma nel 2010 la musica era diversa: Shakira partoriva  Waka Waka, Mandela era ancora vivo, le vuvuzela saturavano i microfoni  di SKY, io avevo 15 anni e Tshabalala, ringraziando Dio, ballava il kwela sulle note di ‘Oh my God’ del gruppo di Leeds che omaggia la squadra di Soweto, i Kaiser Chiefs.

Time on your side it’ll never end
The most beautiful thing you can ever spend
But you work in a shirt with your name tag on it
Drifting apart like a plate tectonic.

 

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Politix, Tecnocrazia, [Ma'taərə]

Basilicata Dream: autonomia

Applicazione della teoria dei giochi nella Basilicata del 2019 

di Benedetto Lamacchia Acito

Negli ultimi mesi si è molto discusso della proposta della Lega di concedere maggiore autonomia alle amministrazioni regionali. Una tattica politica che fa da contrappeso alle spinte sovraniste che hanno permesso a Matteo Salvini di sfondare anche al sud e che si spiega con la necessità di non perdere l’identità federalista che ha contraddistinto il Carroccio sin dai primi anni. A questo si aggiunge anche una ragione squisitamente politica: mantenere salda attorno alla leadership del ministro dell’Interno la cerchia dei pezzi da novanta del partito, rappresentati dal governatore del Veneto Luca Zaia.

Tra i vari effetti che la riforma dovrebbe produrre, quello che sortirebbe il maggior impatto sui bilanci e i servizi erogati dalle regioni è la ripresa del federalismo fiscale, già promossa dalla legge delega a firma Calderoli nel 5 maggio 2009. Seppur approvata, la caduta di lì a poco del governo Berlusconi pose fine al percorso di concretizzazione.

Cosa è il federalismo fiscale? È una riforma che intende ridurre– o, idealmente, azzerare- le disparità nel residuo fiscale delle regioni. In sostanza, ad oggi vi sono regioni che versano cento euro a Roma come tasse ed imposte e ne vedono tornare ottanta, altre che versano cento e vedono tornare centocinquanta in termini di servizi e investimenti (figura 1). Come si vede dal grafico, è comprensibile come queste istanze si radichino nel nord, mentre siano particolarmente temute dalle amministrazioni locali del sud.
Qualora fosse attuato, la Lombardia avrebbe 54 miliardi in più all’anno da investire sul territorio, mentre la Sicilia 10 in meno (figura 1).

residuo fiscale 2019

figura 1: residuo fiscale per regione, 2019. Fonte: truenumbers.it

Viste le premesse, sembra possibile individuare un parallelo di demarcazione tra i premiati e i bastonati dal federalismo fiscale. Ma è realmente così? Il giudizio non può ridursi ad un mero calcolo fiscale.

Riprendendo il proverbiale esempio della siringa che costa 4 cent ad una ASL del nord e 24 ad una del sud, la necessità di stringere la cinghia dovrebbe portare le amministrazioni meno efficienti a scelte più oculate.
Così come lo spostamento del potere decisionale verso le realtà locali dovrebbe garantire un maggior controllo popolare su come i soldi vengono impiegati. È in fondo un antico argomento dei federalisti italiani- da Carlo Cattaneo in poi- ripreso in ultima istanza da Matteo Salvini.

Gli effetti del federalismo fiscale, insomma, non sfuggono all’incertezza di giudizio che caratterizza gli eventi futuri. Eppure, vi è una regione del Mezzogiorno che, numeri alla mano, potrebbe avere interesse a soffiare sul fuoco del federalismo lombardo-veneto: la Basilicata.

La considerazione parte da due dati oggettivi:
1- la Basilicata ha un residuo fiscale molto più contenuto rispetto alle altre regioni del sud, con l’unica eccezione del Molise. La manovra sottrarrebbe ‘solo’ 1,2 miliardi dalle casse regionali. Una cifra comunque sensibile per una regione con poco più di mezzo milione di abitanti. All’anno 1 della riforma, un cittadino lucano riceverebbe € 2.100 in meno come servizi, sussidi e beni rispetto all’anno precedente.
Per fare un confronto, un cittadino pugliese riceverebbe un danno più contenuto: ‘solo’ 1.400 euro in meno.
2- la Basilicata ospita sul suo territorio l’80% delle estrazioni di idrocarburi annue di tutta Italia. Attualmente, la regione percepisce royalties su queste estrazioni del 7%. Ciò ha permesso all’amministrazione regionale di incamerare nel 2018 68,3 milioni di euro, che secondo il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, dovrebbero diventare 144 milioni nel 2019 e 242 milioni nel 2020.
Un vero boom di entrate, che garantirebbe alla Regione una piccola mitigazione degli effetti del federalismo fiscale.

E qui si innesta il paradosso. La Basilicata ha davanti tre possibili scenari:

Scenario A- Niente federalismo: la proposta tramonta e la situazione resta così com’è. La regione- se l’economia si mantiene stagnante e con essa anche le entrate- non riceve nuovi trasferimenti dallo stato centrale- sempre 1,2 miliardi- e vede incrementare i fondi dalle royalties di 176 milioni tra il 2018 e il 2020. È lo scenario meno probabile, trattandosi di un punto irremovibile del programma della Lega, destinata a governare sia che il governo attuale resti in carica sia che si torni alle urne.
SALDO FINALE 2020: +176 milioni

Scenario B- Federalismo puramente fiscale. Assieme allo scenario C, è uno scenario molto più plausibile dello scenario A, quindi la scelta strategica dovrà per forza di cose ricadere su uno dei due. La regione, in questo caso, riceve 0 dallo stato centrale, mentre vede aumentare i proventi dalle royalties di 176 milioni.
SALDO FINALE 2020: +176 -1.200≈ -1 miliardo

Scenario C- Federalismo spinto. La regione avoca a sé il potere di contrattare in autonomia le royalties con le imprese estrattive. Si studia- finalmente!- qualche esempio nobile, si prende coscienza delle miserabili condizioni contrattuali, si porta l’aliquota a livelli da società civile. Senza ambire al paradiso del Texas, ma limitandoci al modello albanese, le entrate passerebbero da 68 milioni a 484 milioni nel 2020.
SALDO FINALE 2020: +416 -1.200≈ -784 milioni

royalties per country

In caso di approvazione del federalismo fiscale, dunque, la regione Basilicata avrebbe un ammanco nelle proprie casse. Lo scenario C, tuttavia, ridurrebbe il danno. Non sono da sottovalutare neppure effetti positivi collaterali che si verrebbero a creare in un contesto di simile ‘risveglio politico’.
Si potrebbe iniziare col mettere in discussione gli impieghi cui sono state destinate le royalties finora, dai 20.000 euro di contributi annui ai maestri di sci ai rifacimenti annuali dei marciapiedi dei paesi maggiormente interessati dal fenomeno delle estrazioni. Si potrebbe proseguire istituendo– ancora una volta, giunge in nostro soccorso il mondo reale con i suoi esempi a portata di smartphone- il tanto agognato fondo sovrano, sulla scia dell’Alaska e dei paesi del Golfo, partendo dalla considerazione che il petrolio è destinato a finire. Si potrebbe arrivare persino a chiedere conto alle imprese estrattive degli sversamenti di tonnellate di liquidi di scarico nel terreno, guarendo dalla peculiare cecità dei dittatori corrotti dell’Africa equatoriale.

È un cambiamento e, come tutti i cambiamenti, esorta gli organismi a mutare con esso mettendo a fuoco le proprie imperfezioni. La staticità può rappresentare una condanna al tracollo, mentre una partita giocata sul filo dell’eterodossia può rimescolare le carte dello sviluppo futuro.
Bibliografia
1. ilsole24ore.com
2. linkiesta.it
3. Rapporto Deloitte 2018
4. Libreria del Congresso degli Stati Uniti d’America
5. Truenumbers.it

 

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Senza categoria

Basta con le fregnacce sulla Cina

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Foto by me

di Benedetto Lamacchia Acito

Il progetto della Via della Seta che rafforzerebbe le relazioni Italia-Cina sta generando quello che nel gergo borsistico verrebbe definito ‘un grosso volume di scambi’. Scambi di vedute, di accuse, di ammiccamenti e di smentite.

Peccato che, sempre parlando in termini finanziari, una grossa parte di questa wordcloud sia in realtà ‘junk’, spazzatura, null’altro che rumore senza valore. 

Cosa vuol dire ‘asservimento alla Cina’ nell’ambito di uno sviluppo bilaterale delle vie di collegamento? È plausibile che, a causa di un aumento delle presenze dei cargo cinesi nei porti italiani, prima o poi, si venga costretti ad adottare l’alfabeto cinese? Ipotesi molto fantasiosa.

La Cina viola quotidianamente tutti i diritti dell’Uomo, mormora Galli della Loggia. Ma qui non si sta discutendo se commerciare o no con un regime totalitario, discussione che è stata bellamente superata da una prassi pluridecennale che ha visto miliardi di merci muovere da e verso la Cina, con buona pace della retroguardia culturale. Qui si discute se farlo meglio oppure no.

È d’altra parte una bella ipocrisia la preoccupazione per gli equilibri geopolitici manifestata a più riprese dai diplomatici USA. In primis perché gli USA- non la Russia- sono i primi partner commerciali della Cina, con un valore scambiato tra i due paesi che tocca quasi i 150 miliardi di dollari annui. In secondo luogo perché, per la seconda volta nell’arco di pochi mesi, gli USA cercano di spostare l’attenzione pubblica verso temi minori in ambito di politica estera: ieri il muro con il Messico, oggi un accordo commerciale tra due nazioni. Come nel primo caso, anche questo sarà destinato a fallire nei suoi propositi. E chissà se, alla fine, gli Stati Uniti avranno il coraggio di affrontare di petto il vero problema che attanaglia il subconscio collettivo: l’inevitabile spostamento del baricentro mondiale verso l’Eurasia.

Il peccato originale di questi acuti osservatori è tuttavia un altro: impegnare importanti risorse mentali per un fine che è comunque destinato a compiersi.

Alla vigilia dell’inizio dei lavori per la nuova autostrada di connessione con la Silk Road, il tribunale di Canicattì blocca tutto: sulla base di quali norme, in soli 3 anni, si è giunti alla fase di esecuzione del progetto? Urgono controlli. Intanto, l’espansione del porto di Trieste trova una feroce opposizione da parte della comunità triestina, in solidarietà al bovaro che vedrebbe i terreni per il proprio gregge espropriati. Il governo Salvini 3, d’altra parte, non è così sicuro che sia il miglior impiego per le risorse pubbliche: se quei miliardi fossero impiegati per una nuova superstrada, interamente sotterranea, uno svizzero di Lugano avrebbe la possibilità di arrivare a Milano in soli 20 minuti netti, con un sensibile incremento degli affari per i piccoli commercianti del capoluogo lombardo. Prende corpo l’ipotesi di una mini-Via della Seta.

In tutto ciò, il governo cinese sembra disinteressato. Il motivo è che, in una notte, l’assemblea del Partito Comunista ha discusso e approvato l’allestimento di una flotta di 100 milioni di droni che andranno a sostituire il 90% dei treni, dei tir e delle navi commerciali del Dragone.

Il piccolo Giovanbattista è al pascolo col gregge di suo nonno. In lontananza, le vestigia di quel che fu il porto di Trieste. Ad un certo punto, il pastorello vede sfrecciare a qualche metro sopra la sua testa due oggetti, come dei mini-elicotteri, ciascuno con un pacco tra i suoi metallici artigli. Giovanbattista chiede a suo nonno: “nonno, cos’era?” “il progresso” “e dove vanno ‘il progresso’?” “dappertutto, ma non qui” sentenzia il vecchio bovaro con un sorriso romantico, mandando la mente ai tempi della sua giovinezza.

 

 

 

 

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Politix

La fine del Governo del Cambiamento

Sono andato a trovare il mio amico F..

A parte che ha un nuovo gatto, quando lui fino a qualche anno fa accarezzava i cani con le nocche, tutto contratto, tipo sessioni di pet therapy.

Poi mi ha detto che il suo primo gatto, che poi è una gatta, ha l’HIV felino. E questo mi ha fatto felicemente constatare che la scena del gatto che, dopo una notte di sesso, trova la scritta ‘benvenuto nel mondo dell’AIDS felino’ è frutto di uno studio. Molto bene, sceneggiatori di Family Guy. felineLa gatta, come ha appurato il veterinario pochi mesi fa, ‘è sana’ e la sua condizione la porta solo ad essere un po’ più esposta alle malattie come il raffreddore. Per il resto, non prende medicine né soffre di particolari disturbi.

Dopodiché, F. si è molto informato, ha visto decine di documentari, servizi, inchieste, sempre prendendo ‘Un Giorno in Pretura’ come punto di riferimento. E, alla fine, soppesando tutti gli elementi, Olindo e Rosa sono innocenti.

A fare da sfondo c’era la replica della partita di Coppa Italia Fiorentina-Atalanta.

Insomma, il mio amico F. è diventato un gialloverde. Il gatto che smonta le bufale di Big Pharma in uno spettacolo di Grillo. La revisione del processo di Erba all’Alto Tribunale Mediaset. La marchetta umiliante ad una competizione mediocre al solo scopo di gloriare l’italianità rimasticata di cui fa sfoggio.

F., quando ha compiuto 18 anni, ha votato un partito che ha preso l’1,12% alla Camera e un ragguardevole 0,90% al Senato. F. tifa storicamente per l’Inter. Al liceo, F. fu al centro di una squallida ed isolata aggressione da parte di una professoressa per un fatto che non era mai accaduto e che comunque faceva ridere a confronto dei reati contro la persona che si consumavano quotidianamente tra quelle mura.

Potrei andare avanti ancora per molto con questo elenco, ma credo che stia per cominciare il discorso di insediamento del premier Carlo Cottarelli.

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Politix, Tecnocrazia

Requiem per un adolescente razzista

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di Benedetto Lamacchia Acito

Ho attraversato le tempeste ormonali della teenage negli arcipelaghi dell’estrema destra.

‘Io dico quello che tutti pensano ma che non hanno il coraggio di dire! ‘ è stata la mia crociata nella inevitabile fase della ribellione. Raccoglievamo percentuali da prefisso telefonico, chiusero StormFront, io scalpitavo per ottenere il diritto di voto e smuovere mari e monti per la causa.

Ho lasciato per un po’ la trincea degli studi biologici alternativi e della rigenerazione del pensiero nazionalista per dedicarmi ad altri temi.

Poi sono finito in un posto dove tutti sono figli o nipoti di immigrati. Quando finalmente vedo un accoppiamento di colori decente mi avvicino e, con mia grande sorpresa, tutti e quattro i nonni sono baschi. Mi invitano a mangiare degli italiani e andiamo al McDonald’s. Venezuelani stakanovisti, ci credereste? Giapponesi festaioli. Serbi tycoon che lanciano biglietti per la partita della nazionale da una decappottabile.
Una notte di vacche nere, questo meltin’ pot.

Sono tornato a casa. Nel salotto di mia nonna una sua amica commentava la messa di Santo Stefano: ‘quanti sono questi negri! Prima almeno erano un po’ meno.. ‘

Che potevo dire? Persino la poltrona di mia nonna era ormai occupata dal successo postumo delle mie convulsioni adolescenziali.

Ho allargato le braccia e mi sono rassegnato a sedermi dalla parte del torto.

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Non è più Domenica

“Raccolti in una Comunione di fede offriamo le nostre preghiere davanti al Signore. Preghiamo per il Sunderland Footballl Club e per la nostra città: Signore nostro Dio aiutaci a comprendere cosa sia il football per la nostra comunità. Mostraci come il football possa renderci uniti.

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Guidaci come tu sai a prendere il meglio da ogni partita. Aiutaci a superare la nostra rabbia e l’ira quando la squadra non sta giocando al meglio delle sua possibilità. Aiuta nella frustrazione la gente di Sunderland, perché sono brave persone che lavorano duramente.

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Guidaci nell’amore per la nostra città e per la nostra squadra, perché è un amore nato dalla passione. Signore aiuta Sunderland e rendi capaci tutti i nostri giocatori in tutte le partite disputate.

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Concedi loro fiducia e senso di sicurezza, perché il successo della nostra squadra conduce al successo e alla prosperità della nostra città.”

Come “Sunderland Till I die”, la docuserie di Netflix che avrebbe dovuto raccontare il ritorno in Premier dell’omonima squadra si è trasformata nella videocronoca della sua retrocessione, così, proprio nell’anno in cui tutti i riflettori sono puntati sulla Capitale Europea della Cultura, viene sancita la morte del calcio materano. 

Lo stream of consciousness di un tifoso non troppo sfegatato, non troppo disinteressato, ma da sempre invaghito del Football day.

di Marcello De Bonis

 

E’ Sabato sera, piove, lo stadio è deserto.

‘Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitio che dura

e varia nell’aria’

C’è un silenzio assordante in Via Marconi, troppo per uno come me che il XXI Settembre l’ha sempre ascoltato. All’inizio, in verità, lo sentivo.

Lo sentivo nei pomeriggi domenicali, quando i sirenici cori dei Pessimi Elementi  mi richiamavano sul terrazzo condominiale del palazzo di mia nonna. Capivo poco le parole, meno di quanto vedessi il campo, coperto com’era dal complesso del Consorzio di Bonifica.

Di Sabato, invece, lo sentivo dalla mia abitazione, quando non ero impegnato ad allenarmi in cortile sognando di giocarci.

Sentivo i clacson delle auto incolonnate in Via Nazionale prima della partita.

Sentivo le trombe da stadio e i petardi.

Sentivo i boati della Gradinata ad ogni goal segnato.

Sentivo lo stadio al di là dei palazzi, ma lo sentivo distrattamente.

Poi ho visto la luce (dei riflettori) ed ho iniziato ad ascoltarlo. 

Ho ascoltato il suono sordo della pioggia che si infrange contro il tetto della tribuna.

Ho ascoltato il rumore dei semi di girasole sotto i denti, tra un’imprecazione e un’espressione in vernacolo in gradinata.

Ho ascoltato il rumore delle bottiglie di birra al bar Valentino e delle boccette di Borghetti abbandonate a terra e calciate con rabbia.

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Ho ascoltato i panini sulle piastre durante l’intervallo.

Ho ascoltato le urla ai goal e il calpestio delle sneakers sui gradoni.

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Ho ascoltato i battimani ed il fruscio delle sciarpe e delle bandiere agitate nel vento.

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Ho ascoltato “Dietro gli scaloni” nei momenti di festa e le pene degli amici quando il pallone non voleva entrare in rete.

Ho ascoltato il ritmo incalzante dei tamburi, come metronomi, scandire il susseguirsi dei giorni e degli anni, e affievolirsi nel tempo, fiaccati dall’inesorabile avanzare dell’età.

Per ultimo, del XXI Settembre, ho auscultato il vecchio cuore bradicardico cessare improvvisamente di battere.

E adesso che non c’è più nulla da ascoltare, non mi resta che leggere l’epitaffio che sostituirà la scritta ‘Campo Sportivo’, in tipico font littorio, e che reciterà più o meno così:

Sotto questo parcheggio giacciono i resti del XXI Settembre. Dove ora risuonano i clacson e i motori, un tempo esplodevano petardi e cantavano tamburi; dove ora ci sono strisce pedonali, sventolavano striscioni; dove ora c’è la rotatoria, il disco di centrocampo. 

Dove il parchimetro vi assicura un’ora di posto auto, il botteghino ve ne garantiva due di sogni.

Abbiate rispetto!’.

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[Ma'taərə]

POLAR EXPRESS E VOGLIO FARE IL FERROVIERE

Ovvero: quando esami, meteo e trasporti pubblici si scontrano per la supremazia. Al Sud Italia. Lettura leggera.
di Benedetto Lamacchia Acito

Il sette gennaio dovevo prendere un aereo per Milano. Lasciamo per un attimo da parte lo scazzo solito che precede questo rituale e concentriamoci sulla situazione: nevicata storica nella city, i vecchi che fanno i gradassi con gli ‘eh ma noi nel ’56, due metri di neve’, i giovani che li smerdano su due piedi con una veloce ricerca google, i giovani che vanno a fare la spesa ai vecchi, le foto tutte uguali sui social network, vabbè: l’inferno è molto più vicino alla Lapponia che non al Sahara, mi sa.

Mi svegliano per le nove e mezza, alle dieci sto alla stazione delle Ferrovie Appulo Lucane di Matera Sud. In mezzo, una traversata di centocinquanta metri in stato di semi-incoscienza, il ghiaccio davanti alla porta di mio zio come sveglia, i piedi e le gambe un trenta centimetri buoni nella neve, la faccia sferzata dalla bufera. Molti propositi poco edificanti per l’anno nuovo.

Insomma, arriviamo là col mio vecchio e un simpatico baffo bianco, appena ci vede entrare, già tenta di comunicarci con le espressioni del volto la buona novella che nessun treno è partito dalle sette, orario del primo. È felice, finalmente qualcosa di cui parlare, un cono d’ombra nel quale la luce del progresso tecnologico non è riuscita a sostituire l’addetto umano: dare cattive notizie. Nella sala d’attesa siamo gli unici, Baffo sta dietro una lastra di vetro, nella stanza attigua si sente un vociare di macchinisti e altri impiegati delle FAL. Restiamo là a cincischiare, più perché la stanza è riscaldata che per altro, poi arriva il capostazione:
‘parte qualcosa?’ ‘eh al momento non sappiamo’ ‘ aspettiamo?’ ‘provate, non abbiamo ancora avuto

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disposizioni’. ‘A Pescariello- interviene Baffo- ci sono due metri di neve’.
Pescariello è una stazione inutile e, per quanto utilizzatore sporadico del trenino suddetto, non mi è mai capitato di vedere qualcuno salire o scendere a quella fermata. Avranno una percentuale di pezzi da novanta sulla popolazione che Città del Vaticano scansate. Ma ecco che Pescariello, il sette gennaio duemiladiciassette, batte un colpo e ti erige un muro di neve sui binari: se noi non siamo stati toccati dallo sviluppo infrastrutturale non lo sarà nessuno, dice Pescariello. E stendiamo un velo pietoso su Baffo, che aveva informazioni ma ha preferito conservarsele per farsi bello agli occhi del capo al momento opportuno.

 

 

A questo punto devo andare in bagno. Esco dalla stanzetta e mi dirigo lungo la banchina verso i servizi, so benissimo dove sono perché io dalla stazione di Matera Sud ci passo da anni per andare a giocare a pallone, si taglia un bel pezzo. Peraltro ci passo anche la domenica, scavalcando, anche se ora non più tanto perché sulle scale che collegano la stazione a Lanera ci sta sempre gente a farsi le canne, e non c’è neanche più la gente del quartiere, che bene o male conosco, il giro si è allargato troppo evidentemente, e quindi non voglio disturbare né farmi disturbare da questi sconosciuti.
Ora, il cesso è chiuso, e quindi devo tornare a casa, il che significa gelo più mia madre che

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non è questo il Golden Retriever

gongola. E pazienza. Torno, piedi e gambe un trenta centimetri buoni nella neve, ghiaccio e imprecazioni, non tornerò mai più a Milano, lo dico e lo faccio, eccetera. Subisco domande e sentenze definitive mentre sto sulla tazza, poi di nuovo in marcia. A metà strada mi si para davanti un golden retriever grasso, probabilmente vecchio, forse un incrocio, e mi si butta addosso. Provo un misto di felicità trasmessami dalla bestia e di rabbia e invidia, perché un cane ha vitto e alloggio e può spassarsela nella neve mentre io, che dovrei essere una intelligenza superiore, sto a tribolare davanti a un vetro delle ferrovie appulo-lucane.
‘Ma che vi conoscete già?’ mi fa il padrone, uno sulla cinquantina, ‘veramente no’, ‘sta proprio rincoglionito allora’. Già, lui. C’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel come va il mondo. Del come vada la viabilità al sud, non ne parliamo neanche.

A mezzogiorno e diciassette- guardo l’orologio appeso alla parete perché è chiaro da subito che si tratta di un evento memorabile- sbuca dal tunnel una enorme massa bianca: un trenino FAL vestito da Polar Express buca la tempesta e si ferma davanti alla stazione. Dallfala stanza del personale si sentono urla, grasse risate, applausi che manco alla NASA quando riuscì l’allunaggio, credo, anzi sicuramente, perché almeno i tecnici della NASA avevano il conforto dei calcoli, i nostri davano 1 a 20 la probabilità che un loro mezzo riuscisse nell’impresa, come minimo. Escono dall’abitacolo una folta squadra di macchinisti, controllori in divisa e tecnici di vario titolo con le pettorine catarifrangenti. Una nuova speranza, direbbe George Lucas. ‘Quindi si passa?’ Quelli del retrobottega escono a complimentarsi con gli eroi, pacche, buffetti e motteggi, gli eroi visibilmente fieri, emozionati, una giornata da ricordare, e chi l’avrebbe detto quando sono stato assunto che qui, alle FAL, sarebbe accaduto che.. ‘Abbiamo lavorato fino ad ora, mò si può arrivare a Matera Nord.’ Il volto stanco ma soddisfatto. Un piccolo passo per le ferrovie appulo-lucane, un grande passo per l’umanità.

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C’è sempre quell’ ‘eh’ a precedere le risposte del capostazione, e il tempo passa. A Matera Centro, ovvero non più di trecento metri più in là in linea d’aria, il capostazione ha già da tempo fugato ogni speranza. Ma noi qua abbiamo quell’eh, che un po’ sintetizza tutta una filosofia di vita e di gestione dei trasporti. Al cambio turno, verso l’una, Baffo se ne va e arriva una sulla trentina con un signor culo, quantomeno. Alle due- eravamo rimasti lì più perché si era detto che si stava fino alle due che per altro- il treno inizia a scaldare i motori per la corsa delle 14 e 17 e arriva pure qualche passeggero. MA ALLORA PARTE?!? ‘La tratta è garantita fino ad Altamura, poi non sappiamo’ MA MANCANO 10 MINUTI ALLA PARTENZA, COME È POSSIBILE?! ‘I mezzi stanno provando a sfondare il muro- il suddetto muro di Pescariello- ma non sappiamo se e quando ce la faranno. Io, se posso, non partirei col rischio di restare bloccati ad Altamura’.

Mentre pranzo fuori tempo massimo, arriva l’SMS di Ryanair che si duole della chiusura dell’aeroporto. Almeno questo. E gli esami? Ma, inspiegabilmente, non mi sento imbestialito, né depresso, né niente. Ripenso a tutto: Baffo, l’impiegata, il fischio nella sala d’atteso che rimbomba sulle pareti lastricate
di marmo, il Polar Express.. voglio fare il ferroviere! Le tasse sui rifiuti, gli eroi di Matera Nord, Pescariello, le urla di gioia.. bellissimo, bellissimo!

 

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Europei 2016, Fútbol, Senza categoria

Graziano Pellè, storia di un semidio

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Scontro tra uomini e dei, ricerca dell’immortalità, peripezie e viaggi in luoghi remoti e al confine del mondo sono tòpoi della favola mitica, ma anche dell’epica sportiva
di Marcello de Bonis



“Lo sport è nella sua sostanza archeologia dei miti […]. Lo sport è diventato l’ambito di una mitologia profana […]. Il ruolo sociale di base dello sport consiste nel fatto che esso offre all’uomo di oggi una mitica soluzione dello scontro tra vita e morte e che le rappresentazioni sportive sono palcoscenico di una morte rituale e simbolica e dell’eterno ritorno della vita.”
(Ivan Čolović, Campo di calcio, campo di battaglia, 1999).

Come ogni mito che si rispetti, anche il nostro ha una struttura ad anello: parte da Troia e a Troia termina. “Parte” nel vero senso della parola, perché Idomeneo, nipote di Teseo, dopo aver preso parte all’inganno del cavallo, torna in patria, ma trova il trono usurpato e “parte” allora per il Salento. In quella zona che prenderà il nome di Magna Grecia, Idomeneo fonda Lecce. Tre millenni più tardi, in quella terra già semidivina per origine, nasce un altro semidio, anche lui bellissimo come Idomeneo, Graziano Pellè.

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Europei 2016, Fútbol, Ignorandum, Pagellone

IL WANNABE PAGELLONE vol. III

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«Oggi nessuno vuole copiare nessuno e il cinema italiano che osserviamo, pur vitale, non è originale proprio perché non copia. È un peccato». (Ettore Scola)

In due anni sono cambiate molte cose, ma non le nostre convinzioni: in occasione degli Europei siamo tornati a copiare miseramente ed anche in ritardo idee già avute da altri, con risultati decisamente migliori tra l’altro. Amici e collaboratori di WannaBe Radio e del WannaBe Blog hanno redatto la loro personalissima pagella su alcuni dei protagonisti dell’emozionante vittoria contro la Svezia. Prima o poi le pagelle scompariranno, e converrà farsi trovare dalla parte giusta della storia.
di Redazione


Giorgio Chiellini, Leonardo Bonucci, Andrea Barzagli
di Marcello De Bonis

Nell’Italia pensata da Conte, i tre fanno blocco unico, sono un giocatore solo, uno e trino, come Padre, Figlio e Spirito Santo per intenderci. Ognuno completa l’altro, come nel Tetris: Barzagli è il tetramino blu, a forma di J, elegante e impeccabile; Chiellini è quello arancione, a forma di L, grintoso e ruvido; Bonucci è il pezzo celeste, a forma di I, estroso e sicuro, che si inserisce perfettamente tra gli altri due.

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